SOMMARIO

CHI SIAMo

CONTATTI

LINKS

     

EVENTI STORICI

ARTE ARALDICA

USI - COSTUMI

ECONOMIA

GENEALOGIE

FONTI Attivita'

 

 

PUBBLICAZIONI

 

colombini gabriele

Gregorio vescovo di Sulci

e l'Ospedale di Santa Maria e Sant'Asnello di Pisa

 

(Attività svolta grazie alla L.R. 7/2007 – “Borse di Ricerca destinate a Giovani Ricercatori”, RAS)

 

Questo documento, redatto in un bel sardo medievale ancora infarcito di latinismi, si trova all’Archivio di Stato di Pisa nel Diplomatico denominato San Bernardo, ovvero nel fondo di proprietà delle monache cisterciensi della chiesa e monastero di Santa Croce alla Foce dell’Arno, poi San Bernardo, confluito nel più grande archivio pisano con la soppressione napoleonica del 1808[1].

In esso, come si può leggere, il vescovo Gregorio di Sulci, invita la popolazione della propria diocesi a ben accogliere un messo dell’ospedale pisano di Santa Maria e Sant’Asnello di Pisa e a concedere elemosine in sussidio di detto istituto.

La succursale pisana dell’ospedale pistoiese di Santa Maria di Doccio, noto più tardi come ospedale di Osnello, dal nome del fondatore, poi diventato sant’Osnello o Asnello, era sita nel quartiere meridionale di Chinzica ed attestata per la prima volta in un documento del 28 giugno 1189, in cui due coniugi pisani vendevano un appezzamento di terra «ad utilitatem et commodum hospitalis de carraia Minuculi» [2].

Il nucleo originario di questo ospedale fu una domus edificata per iniziativa di una certa Bona, vedova e conversa dell’ente, come risulta da una sentenza del 1° agosto 1193[3], relativa ad una controversia esistente tra Osnello, rettore dell’ospedale di Santa Maria di Doccio e Nicola, prete e sindaco dell’ospedale di S. Sepolcro di Pisa. Da essa si viene a sapere che motivo del contendere era proprio quella domus che Bona, citata come testimone, affermava di aver fatto edificare su un terreno comprato da una certa Berta, moglie di Rodolfo. In questa domus Bona aveva sino ad allora vissuto come domina e rettrice delle donne «secum commorantes», istituendo «cellerarios et officiales» e ospitando «in domo propria» Osnello e il suo nunzio quando erano a Pisa. I giudici, che erano i canonici pisani Bernardo Fazelo e Ildebrando, delegati dal papa Celestino III, emisero una sentenza favorevole ad Osnello; tale sentenza venne riconfermata il 4 ottobre 1193[4] e due giorni dopo i «publici Pisanorum arbitri et iudices» fissarono i confini tra i terreni dei due ospedali[5].

Alla sentenza del 1° agosto è legata anche la donazione di una «superficiem tegularum sitam super terram ipsius hospitalis» nella «carraia Minuculi», vicino a San Cristoforo, che due coniugi pisani effettuarono il giorno 3[6].

Grazie a queste e ad altre donazioni che si susseguirono in un breve volgere di anni, l’ospedale di Sant’Osnello vide un rapido incremento del proprio patrimonio immobiliare, sino ad arrivare a competere con i vicini ospedali di S. Sepolcro e S. Giovanni Gerosolimitano. Nell’anno seguente, infatti, assistiamo ad una rinunzia da parte del rettore di S. Sepolcro su alcuni beni contestati[7].

Eco dei contrasti si hanno anche nei primi anni del secolo successivo, stavolta per questioni legate ai diritti di obbedienza da parte dei priori di S. Sepolcro e S. Giovanni. Nel 1207 vi fu una prima sentenza favorevole all’ospedale di Osnello[8], ma la questione non venne risolta e il 10 novembre 1234 vi fu una sentenza definitiva a favore dell’ospedale gerosolimitano[9].

Pochi mesi dopo sorse una nuova questione, in quanto il priore di S. Giovanni intendeva proibire al rettore della chiesa di S. Cristoforo di ospitare «fratres» e «sorores» dell’ospedale di Osnello; la lite venne stavolta risolta pacificamente[10].

Nel 1210 invece, il rettore dell’ospedale aveva dovuto difendere la propria indipendenza, in quanto il rettore dell’ospedale del S. Sepolcro pretendeva che quello di Asnello fosse a lui subordinato e tributario. Il papa Innocenzo III, presso il quale aveva fatto ricorso il rettore d'Asnello, nominò l'abate della chiesa di s. Paolo dell'ordine vallombrosano e l'abate della chiesa di s. Michele degli Scalzi dell’ordine pulsanese arbitri della vicenda. I due si posero all'opera, esaminando le carte della fondazione, e uditi molti testimoni, pronunziarono la loro sentenza il 28 luglio 1210, concludendo in favore dello spedale d'Asnello: «Pronuntiamus, quod domus sancti Sepulchri nullum jus habeat in hospitale Osnelli vel ejus obedientiis»[11].

Nei decenni successivi l’ospedale venne investito in pieno dalle lotte cittadine coeve al grande scontro tra papato e impero e ai successivi torbidi interni alla cittadinanza, aventi per oggetto la supremazia in Sardegna e la condotta politica da tenere all’indomani della morte di Federico II: lo si arguisce, infatti, da un documento del 1251 dell’arcivescovo di Pisa, Vitale, il quale invita la popolazione dei fedeli della diocesi a concorrere materialmente alla ricostruzione dell’ospedale di Sant’Asnello, distrutto dalla guerra[12].

Pochi anni dopo l’ospedale dovette resistere ad una minaccia di nuovo tipo, non così distruttiva come una guerra, ma altrettanto pericolosa per la propria indipendenza: era successo che nel 1241, nel pieno dello scontro tra Federico II e il papa Gregorio IX, una flotta di navi da trasporto cariche di alti prelati tra cui alcuni cardinali, scortate da galee genovesi, si stava recando dalla Francia verso Roma per partecipare ad un concilio nel quale si sarebbe dovuta prendere la decisione di scomunicare l’imperatore; le navi pisane, fedeli allo svevo, avevano attaccato il convoglio all’altezza dell’isola del Giglio, sconfitto i genovesi e fatto prigionieri tutti i passeggeri, tra cui circa cento prelati: tre legati papali e gli abati di Cluny, Clairvaux e Prémontré, oltre ad un consistente numero di vescovi ed arcivescovi[13].

L’interdetto su Pisa era calato immediato e mai rimosso per oltre quindici anni, sino a che, nel 1257, vi fu un riavvicinamento tra la città marinara ed il papato: Alessandro IV impose la costruzione di un Ospedale Nuovo in città come espiazione degli orrendi peccati commessi dai pisani alleati dell’imperatore e, dando mandato al proprio penitenziere, fra’ Mansueto, di rimuovere l’interdetto sulla città, aggiunse come precisazione che «ipsum hospitale fieri debere iuxta plateam maioris Pisane ecclesie»[14].

Una volta sorto lo Spedale Nuovo, tutti i piccoli hospitalia sparsi per la città avrebbero dovuto confluire in esso. Ciò comportò immediatamente la richiesta di molti enti, tra cui Sant’Osnello, di rimanere indipendenti, cosa che, a quanto pare, si riuscì ad ottenere, visto che niente risulta dalla documentazione esistente su cambiamenti di obbedienza dell’ente.

Quale fosse l’ordinamento interno di questo, come di molti altri ospedali, non è mai semplice sapere. Quel che è certo è che affiancavano il rettore alcuni frati e suore converse, come si evince da alcuni documenti, come quello già citato dell’arcivescovo di Pisa, Lotario, che nel 1210 diffidava il priore di S. Sepolcro dal pretendere obbedienza «a suprascriptis fratribus et sororibus hospitali Osnelli»[15]. Non solo, ma le suore presero sempre più piede all’interno dell’ente, sino a rimanere le uniche ad occuparsene, fino a far variare nei documenti la denominazione che, a metà del XIV secolo, si ritrova ormai come «ospedale delle donne di Sant’Asnello»[16].

La vita dell’ente probabilmente si era ridotta sempre di più, compressa in una zona della città ormai completamente urbanizzata e presidiata da ospedali e monasteri molto importanti, come già visto; fu così che la rettrice dell’ospedale, donna Onorata, chiese esplicitamente l’incorporazione dell’ente nell’Ordine Cisterciense presso le monache del vicinissimo monastero di San Bernardo[17]: dunque, con bolla del 3 febbraio 1401, emanata dal papa Bonifacio IX, Onorata di Giovanni, Lucia di Matteo, Antonia di Cascina, Piera di Guido, Mattea di Fede, Bilia di maestro Tommaso e Mattea di maestro Tommaso entravano a far parte del capitolo del monastero mettendo fine alle vicende storiche indipendenti dell’ospedale di Sant’Asnello[18].

 

Tornando al documento sotto trascritto, molto semplice nel suo contenuto, rileviamo una situazione di particolare fama dell’ospedale di Santa Maria e Sant’Asnello di Pisa che, nella diocesi di Sulci, la cui curatoria era in quel tempo divisa tra le signorie dei Donoratico del ramo di Gherardo e di quello di Ugolino[19], trovava ottima accoglienza da parte del vescovo che invitava i propri fedeli a concedere ospitalità ed elemosina all’inviato pisano. Il tutto si colloca ovviamente in una rete di relazioni politico-economiche tra la Sardegna, Pisa e gli enti ecclesiastici isolani e continentali (segnatamente gli ordini monastici Vittorini, Camaldolesi, Cisterciensi e Vallombrosani) che si diramano in molte direzioni ed interessano da vicino la ricerca su Le congregazioni benedettine in Sardegna (XI-XIII secolo) che sto svolgendo con i finanziamenti della Regione Autonoma della Sardegna e che troveranno posto, entro il 2011, in una pubblicazione cartacea.

 

Archivio di Stato di Pisa – Diplomatico San Bernardo, 1267 gennaio 21

 

            Nos G[regorius] per issa gratia de Deus Piscobu de Sulchis ad vos clerigus et laigus Terramangesus et Sardus baroni et mulgesis cantu sedis intra desu Piscobadu nostru. Mandamus bos salutandu et benedigendu in Domini Deus. Sa die et issa hora et ipsa morti tantu illa debit spectari su christianu chiadisinnu cum timori et cum guardia manna chillu acabat beni in penedentia bona cantu benit auscusi et […] chin[…] po […] ischiri invanu neu ipsa die et neu ipsa hora candibenit. Unde naredi su Segnori nostro Jehsu Christu  […] canon ischedis non ipsa die et non ipsa hora. Et infra divina Scriptura ipsi acatas quia sicut aqua extinguit ignem ita elemosina extinguit peccatum. Et in alio loco dicit Date helemosinam et ecce omnia munda sunt vobis. Et pro quadanti frades et filius carus in Christo bos regordu et pregu et consiliu ki candu bos ali benari fratri bonu fanbi kesti missu de su Spidali de Sancta Maria et de Sanctu Asnellu de Pisas portandu custas literas sigilladas de su sigillu nostru, cappellanus nostros qui sedis appadis acolluvillus in sus albergus bostrus benignamenti et sonadi campana et adunadi su popolu bostru a unu logu honestu et confortadillus guillis faciant elemosina et karidadi ai custu missu de Sancta Maria et de Sanctu Asnellu de Pisas. Et nos dae parti de Deus et de Sancta Maria Virgini et de Sancti Pedru et de Sanctu Antiochi, et de Sancta Cecilia domina nostra et per ipsa auctoridadi camu dava su domini nostru su papa ad totu cussas personis chilloi andifaguiri beni aicusu hogu fagueneus per donu XL dies de su peccadi canti esseri beni penetentiadus chandint figuiri penedentia. Et icusta carta non baliat plus di un annu.

Data icusta carta in castri de Sancta Maria de Tatalias Kenabara a dies XXI de Jenuario anno Domini millesimo CCLXVII.


[1] Per la storia delle monache di Santa Croce alla Foce dell’Arno, poi San Bernardo, vedi i miei G. Colombini, “Flores apparuerunt et vox torturi audita est in terra nostra”. L’Ordine Cisterciense nella Toscana medievale del XIII secolo (diocesi di Volterra, Pisa e Lucca). A.a. 2004-2005. Relatore: Prof.ssa Maria Luisa Ceccarelli Lemut e Id., Il primo monastero cisterciense della diocesi di Pisa: Santa Croce alla Foce dell’Arno e San Bernardo in Carraiola (XIII-XIV secolo), in «Bollettino Storico Pisano», LXXIX (2010), 207-227.

[2] Archivio di Stato di Firenze (ASF), Diplomatico Olivetani di Pistoia, 1189 giugno 28. Per la descrizione della zona in questione (oggi via Pietro Gori), vedi G. Garzella, Pisa com’era. Topografia e insediamento dall’impianto tardo antico alla città murata del XII secolo, Napoli 1990, pp. 184-185.

[3] R. Volpini, Additiones Kehriane (I), «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 22/2 (1968), pp. 313-424.

[4] ASF, Dipl. Olivetani di Pistoia, 1193 ottobre 4.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] ASF, Dipl. Olivetani di Pistoia, 1194 gennaio 26.

[8] Ibid., 1207 dicembre 13.

[9] Ibid., 1234 novembre 10.

[10] Ibid., 1235 aprile 19.

[11] A.F. Mattei, Ecclesiae Pisanae Historia. Appendix monumentorum, t. 1, p. 74. Le chiese e i monasteri in questione sono, ovviamente, a Pisa.

[12] Archivio di Stato di Pisa (ASP), Diplomatico di S. Bernardo, 1251 novembre 24.

[13] Vedi D. Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Torino 1993, pp. 212-215.

[14] M. Ronzani, Nascita e affermazione di un grande «Hospitale» cittadino: lo Spedale Nuovo di Pisa dal 1257 alla metà del Trecento, in Città e servizi sociali nell’Italia dei secoli XII-XIV, Atti del dodicesimo Convegno Internazionale di studio (Pistoia, 9-12 ottobre 1987), Bologna 1990, p. 203.

[15] Mattei, Ecclesiae Pisanae Historia. Appendix, cit., t. 1, p. 74.

[16] Ibid., p. 76.

[17] Come già detto alla nota 1, per S. Bernardo vedi il mio Colombini, “Flores apparuerunt et vox torturi audita est in terra nostra”, cit., e Id., Il primo monastero cisterciense, cit.

[18] ASP, Dipl. S. Bernardo, 1401 febbraio 3.

[19] Cfr., ad es., S. Petrucci, Re in Sardegna, a Pisa cittadini, Bologna 1988, p. 158.

 

 

Copyright © MEDIOEVOINSARDEGNA