Uno dei principali simboli, ormai mitici, della Sartiglia
è la maschera indossata oggi sia dal 'capo corsa', il «Cumponidori»,
e sia da tutti i cavalieri che partecipano alla giostra
equestre, la quale, nonostante il trascorrere del tempo ed il
passaggio attraverso diverse culture, ha conservato la sua
valenza e la sua originalità nei tratti androgini
dell’espressione, che richiamano un evidente valore
mitico e sacro
Ricavata da un unico pezzo di legno intagliato, essa
è dipinta con una vernice di colore scuro (marrone-
verde) per il Cumponidori del “gremio” di San Giovanni, e con
altra di colore chiaro (bianco) per il Cumponidori del “gremio” di
San Giuseppe. Ai lati e sopra la fronte sono praticati dei fori per il
passaggio dei tre lacci che servono per assicurare e tenere ben ferma
la maschera al viso dal cavaliere.
In generale, la maschera è un oggetto che ricopre
in parte o del tutto il corpo di un uomo, limitandosi a nasconderne
l'identità o, più spesso, conferendogli un'identità nuova. Ma anche
quando essa ricopre solo la faccia (maschera facciale) o l’intera
testa dell’uomo (maschera facciale con elmo), tende a caratterizzare
l'intero sembiante di chi la indossa e quindi a configurare nella sua
interezza l'immagine di un personaggio sacro o profano.
Come è noto, l'uso di maschere, di diversa forma e
natura, e le credenze collegate al loro uso durante i riti collettivi,
si può incontrare presso quasi tutte le culture primitive: in
particolare, la rigidità espressiva rispetto alla mobilità del volto
umano, le caratteristiche dell'abbigliamento che s'accompagna a
maschere facciali o a elmo, e gli stessi reperti archeologici, hanno
indotto alcuni studiosi a supporre che in origine queste
rappresentassero il volto di morti, ma anche animali
collegati alla religione e alla mitologia, e soprattutto entità
extraumane o superumane, quelli che convenzionalmente definiamo
divinità, spiriti o demoni.
La tradizione collegata alla Sartiglia vuole che
anche il cavaliere nominato ‘capo corsa’, una volta indossata la
maschera, si trasformi in un essere sovrannaturale, in una divinità:
proprio per questo motivo, da quel momento e per tutto il tempo che la
maschera sarà tenuta in viso, il Cumponidori non può più toccare il
suolo, dovrà impartire benedizioni con il proprio scettro di fiori, e
le stelle che verranno infilzate da lui e dai cavalieri che egli
nominerà saranno di buon auspicio per l’annata agraria. Anche i
vestiti ed il cappello indossati per l’occasione saranno fermati con
delle cuciture, alcune eseguite durante il rito della vestizione,
proprio per evitare che il Cumponidori si scomponga durante la
manifestazione e ritorni ad essere “umano”, anche solo per un
attimo, vanificando così tutte le aspettative collegate al rituale.
Questi ed altri motivi, oggetto di nostri ulteriori
approfondimenti, portano a credere che l’utilizzo della maschera facciale da
parte del Cumponidori e la stessa rappresentazione della Sartiglia,
perpetuate nei secoli ed arrivate fino ai giorni nostri, non solo
esistettero già probabilmente durante il periodo medievale giudicale,
oltre che quello spagnolo già documentato dalle fonti, nel corso dei
quali subirono evidenti manipolazioni, ma entrarono in uso
probabilmente in epoca assai più remota.
A rafforzare tale ipotesi
contribuirebbe anche la presenza del cappello a cilindro, il quale,
indossato insieme alla maschera facciale, potrebbe rappresentare il
ricordo di un altro importante elemento più arcaico, da questo
sostituito in epoca non ancora a noi nota. In sostanza, secondo una
nostra ipotesi di studio proposta
qui in anteprima, l’attuale maschera facciale con cilindro che
identifica il Cumponidori sarebbe il ricordo e la rielaborazione della “maschera
facciale con elmo” utilizzata dai reparti cavallereschi d’elite
dell’esercito imperiale romano, arrivati in Sardegna intorno al I
secolo a.C. per la conquista dell’isola.
Osservando, infatti, la fredda espressività delle
numerose maschere in bronzo risalenti al 3° e 1° secolo a.C., giunte
pressoché intatte fino a noi, utilizzate proprio da personaggi di
spicco di quei reparti di cavalleria romani, sia in occasione degli hippika
gymnasia – pittoreschi sport cavallereschi –, sia nelle parate
militari, e sia in battaglia, possiamo notare una notevole somiglianza
con la maschera del Cumponidori, non solo per quanto riguarda la
fisionomia ma anche per gli aspetti riguardanti il suo utilizzo.

Maschera romana I secolo
d.C.
Maschera del Cunponidori
(da
http://www.romancoins.info/MilitaryEquipment-Facemasks.html
)
del Gremio di San Giovanni
Gli hippika
gymnasia erano splendide esibizioni del contingente militare
cavalleresco che servirono principalmente da sessioni di addestramento
a cavallo, ma che funsero anche da intrattenimento per le truppe. Gli
eventi più spettacolari erano le finte battaglie fra i cavalieri
dell’élite dell'unità, spesso travestiti da Greci e da Amazzoni:
sia gli uomini che i cavalli in queste occasioni indossavano una
complessa ed elaborata apparecchiatura che comprendeva, tra l’altro,
un elmo di alluminio, ottone o bronzo, riccamente decorato con scene
di scontri militari fra fanteria e cavalleria, a cui veniva applicata
– tramite una cinghia di cuoio – una maschera facciale di bronzo
lavorato.
Molto probabilmente, anche nell’esercito imperiale
romano le maschere facciali assunsero un carattere sacro, poiché
utilizzate a scopo cerimoniale e rappresentativo, per proporre una sorta
di identificazione “simbolica” tra chi le indossava ed una divinità.
Al
contrario, è difficile pensare ad un loro utilizzo con funzioni
di protezione del viso, specialmente durante gli episodi bellici, in
quanto essendo la
visuale dall'interno di una maschera molto limitata, soprattutto ai
lati, si poteva correre il serio rischio di ricevere dei colpi mortali
senza avere la possibilità di accorgersene in tempo per evitarli. In
secondo luogo, l'elmo romano da cavalleria, un pò in tutte le epoche,
è generalmente generoso in fatto di protezione laterale e posteriore,
e rende inutili eventuali elementi di protezione aggiuntivi.
E nel caso la maschera venisse indossata ugualmente,
magari con l’intento di ingannare o impressionare il nemico, il
rischio di correre un pericolo mortale era assai alto, salvo di poter
godere di particolari prerogative, tali da poter rimanere bene in
vista nella prima linea di battaglia, ma protetti più di chiunque
altro poiché di grande importanza tattica.
Può essere questo il caso dei
signiferi – i portatori delle insegne militari, dalle quali
dipendevano i movimenti delle truppe, ai quali era attribuito un
elevato grado di considerazione – Quintus Lucius Faustus e
Gaius Valerius Secundus, appartenenti alla Legio XIIII GEMINA MARTIA
VICTRIX nel tardo I°secolo d.C., nelle cui stelae
è rappresentata questo tipo di maschera facciale.
Si consideri, poi, che la maschera da cavalleria era un
accessorio molto costoso, quasi un'opera d'arte che diventava
originale poiché spesso personalizzata dal singolo proprietario, fino
ad arrivare al massimo dell'espressione stilistica e artistica.
Ed il rischio di perderla o distruggerla in battaglia era assai alto.
Per tutti questi motivi si ritiene che molto
probabilmente la funzione della maschera non fosse di carattere
pratico o bellico, ma semplicemente rituale o rappresentativo, un
bell'accessorio da sfoggiare durante particolari manifestazioni, quali appunto
tornei e sport equestri, parate militari e cerimonie ufficiali.
Le fonti storiche ci informano che in Sardegna, ed in
particolare nell’attuale territorio della Provincia di Oristano, la
presenza romana fu di grossa portata, come testimoniano ancora oggi
soprattutto i resti della città di Tharros – importante e fiorente
porto già nell’epoca fenicio-punica, centro di una vasta attività
mercantile internazionale, che nel 280 a.C. fu sottomessa alla
dominazione romana ed ebbe un’ulteriore prosperità, con la
costruzione di nuovi edifici, bagni termali, acquedotti e strade – e
di Forum Traiani (l’odierna Fordongianus), nodo stradale nevralgico
e sito ricco di acque termali, assai ricercate ed utilizzate dalla
nobiltà romana per le virtù terapeutiche.
Nonostante le attuali conoscenze storiche ed
archeologiche non forniscano ulteriori dati in merito, crediamo non
sia escluso che anche nell’isola fossero conosciute e venissero
organizzate, nei centri di maggiore importanza, le citate esibizioni
degli hippika gymnasia, probabilmente in forme ridotte e adeguate alla locale
situazione militare e sociale.
Ed il carattere forte di tali giostre equestri fu
probabilmente di portata tale, da rimanere impresso nella memoria
collettiva delle popolazioni locali, tanto che la stessa
manifestazione equestre fu riproposta da quelle stesse comunità
indigene anche in seguito all’abbandono dell’isola da parte dei
romani, con una sua imitazione perpetuata così nei secoli successivi,
insieme al ricordo di antichi fasti e usanze propri di quel popolo
romano che ha lasciato una traccia indelebile nel profondo della
cultura isolana.
E' forse per questo motivo che proprio ad Oristano, più
che nelle altre parti dell’isola, sia vivo ancora oggi l’uso
rituale di tale maschera, in quanto luogo dove tale tradizione ha
avuto continuità nel corso dei secoli, e si è potuta perpetuare,
probabilmente dal I secolo d.C. circa secondo questa nostra ipotesi,
grazie all’interesse ed all’impegno di tutta la comunità
cittadina.
La trasformazione della maschera facciale sarebbe,
quindi, avvenuta nel corso dei secoli, passando attraverso quelle
culture che ne hanno ereditato il tipo di rito cerimoniale, le quali
l’avrebbero adattata alle proprie esigenze lasciando inalterati i
lineamenti antropomorfi e cambiando probabilmente sia la fattura del
materiale – da bronzo a legno, poiché probabilmente più facilmente
recuperabile e lavorabile – che il colore esteriore.
Ed avrebbe infine sostituito gli oggetti ad essa
associati poiché male si adattavano al nuovo contesto culturale: così
l’elmo sarebbe stato sostituito prima da un cappello, e poi da un
cilindro, a cui poi sarebbe stato aggiunto il velo femminile.
In ogni caso, la maschera avrebbe conservato sempre il
carattere sacro collegato al soprannaturale, giunto inalterato fino ai
giorni nostri.