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LA SARTIGLIA

LA MASCHERA FACCIALE

(tratto da LA NUOVA SARDEGNA, venerdì 1 febbraio 2008, p. 24, a cura di Stefano Castello)

Uno dei principali simboli, ormai mitici, della Sartiglia   è la maschera indossata oggi sia dal 'capo corsa', il   «Cumponidori», e sia da tutti i cavalieri che   partecipano alla giostra equestre, la quale, nonostante  il trascorrere del tempo ed il passaggio attraverso   diverse culture, ha conservato la sua valenza e la sua   originalità nei tratti androgini dell’espressione, che   richiamano un evidente valore mitico e sacro

Ricavata da un unico pezzo di legno intagliato, essa è   dipinta con una vernice di colore scuro (marrone-  verde) per il Cumponidori del “gremio” di San Giovanni, e con altra di colore chiaro (bianco) per il Cumponidori del “gremio” di San Giuseppe. Ai lati e sopra la fronte sono praticati dei fori per il passaggio dei tre lacci che servono per assicurare e tenere ben ferma la maschera al viso dal cavaliere.

In generale, la maschera è un oggetto che ricopre in parte o del tutto il corpo di un uomo, limitandosi a nasconderne l'identità o, più spesso, conferendogli un'identità nuova. Ma anche quando essa ricopre solo la faccia (maschera facciale) o l’intera testa dell’uomo (maschera facciale con elmo), tende a caratterizzare l'intero sembiante di chi la indossa e quindi a configurare nella sua interezza l'immagine di un personaggio sacro o profano.

Come è noto, l'uso di maschere, di diversa forma e natura, e le credenze collegate al loro uso durante i riti collettivi, si può incontrare presso quasi tutte le culture primitive: in particolare, la rigidità espressiva rispetto alla mobilità del volto umano, le caratteristiche dell'abbigliamento che s'accompagna a maschere facciali o a elmo, e gli stessi reperti archeologici, hanno indotto alcuni studiosi a supporre che in origine queste rappresentassero il volto di morti, ma anche animali collegati alla religione e alla mitologia, e soprattutto entità extraumane o superumane, quelli che convenzionalmente definiamo divinità, spiriti o demoni.

La tradizione collegata alla Sartiglia vuole che anche il cavaliere nominato ‘capo corsa’, una volta indossata la maschera, si trasformi in un essere sovrannaturale, in una divinità: proprio per questo motivo, da quel momento e per tutto il tempo che la maschera sarà tenuta in viso, il Cumponidori non può più toccare il suolo, dovrà impartire benedizioni con il proprio scettro di fiori, e le stelle che verranno infilzate da lui e dai cavalieri che egli nominerà saranno di buon auspicio per l’annata agraria. Anche i vestiti ed il cappello indossati per l’occasione saranno fermati con delle cuciture, alcune eseguite durante il rito della vestizione, proprio per evitare che il Cumponidori si scomponga durante la manifestazione e ritorni ad essere “umano”, anche solo per un attimo, vanificando così tutte le aspettative collegate al rituale.

Questi ed altri motivi, oggetto di nostri ulteriori approfondimenti,  portano a credere che l’utilizzo della maschera facciale da parte del Cumponidori e la stessa rappresentazione della Sartiglia, perpetuate nei secoli ed arrivate fino ai giorni nostri, non solo esistettero già probabilmente durante il periodo medievale giudicale, oltre che quello spagnolo già documentato dalle fonti, nel corso dei quali subirono evidenti manipolazioni, ma entrarono in uso probabilmente in epoca assai più remota.

A rafforzare tale ipotesi contribuirebbe anche la presenza del cappello a cilindro, il quale, indossato insieme alla maschera facciale, potrebbe rappresentare il ricordo di un altro importante elemento più arcaico, da questo sostituito in epoca non ancora a noi nota. In sostanza, secondo una nostra ipotesi di studio proposta qui in anteprima, l’attuale maschera facciale con cilindro che identifica il Cumponidori sarebbe il ricordo e la rielaborazione della “maschera facciale con elmo” utilizzata dai reparti cavallereschi d’elite dell’esercito imperiale romano, arrivati in Sardegna intorno al I secolo a.C. per la conquista dell’isola.

Osservando, infatti, la fredda espressività delle numerose maschere in bronzo risalenti al 3° e 1° secolo a.C., giunte pressoché intatte fino a noi, utilizzate proprio da personaggi di spicco di quei reparti di cavalleria romani, sia in occasione degli hippika gymnasia – pittoreschi sport cavallereschi –, sia nelle parate militari, e sia in battaglia, possiamo notare una notevole somiglianza con la maschera del Cumponidori, non solo per quanto riguarda la fisionomia ma anche per gli aspetti riguardanti il suo utilizzo.

                                         

                          Maschera romana I secolo d.C.                                                                                                               Maschera del Cunponidori 

(da http://www.romancoins.info/MilitaryEquipment-Facemasks.html )                                                          del Gremio di San Giovanni

Gli hippika gymnasia erano splendide esibizioni del contingente militare cavalleresco che servirono principalmente da sessioni di addestramento a cavallo, ma che funsero anche da intrattenimento per le truppe. Gli eventi più spettacolari erano le finte battaglie fra i cavalieri dell’élite dell'unità, spesso travestiti da Greci e da Amazzoni: sia gli uomini che i cavalli in queste occasioni indossavano una complessa ed elaborata apparecchiatura che comprendeva, tra l’altro, un elmo di alluminio, ottone o bronzo, riccamente decorato con scene di scontri militari fra fanteria e cavalleria, a cui veniva applicata – tramite una cinghia di cuoio – una maschera facciale di bronzo lavorato.

Molto probabilmente, anche nell’esercito imperiale romano le maschere facciali assunsero un carattere sacro, poiché utilizzate a scopo cerimoniale e rappresentativo, per proporre una sorta di identificazione “simbolica” tra chi le indossava ed una divinità.

Al contrario, è difficile pensare ad un loro utilizzo con funzioni di protezione del viso, specialmente durante gli episodi bellici, in quanto essendo la visuale dall'interno di una maschera molto limitata, soprattutto ai lati, si poteva correre il serio rischio di ricevere dei colpi mortali senza avere la possibilità di accorgersene in tempo per evitarli. In secondo luogo, l'elmo romano da cavalleria, un pò in tutte le epoche, è generalmente generoso in fatto di protezione laterale e posteriore, e rende inutili eventuali elementi di protezione aggiuntivi.

E nel caso la maschera venisse indossata ugualmente, magari con l’intento di ingannare o impressionare il nemico, il rischio di correre un pericolo mortale era assai alto, salvo di poter godere di particolari prerogative, tali da poter rimanere bene in vista nella prima linea di battaglia, ma protetti più di chiunque altro poiché di grande importanza tattica.

Può essere questo il caso dei signiferi – i portatori delle insegne militari, dalle quali dipendevano i movimenti delle truppe, ai quali era attribuito un elevato grado di considerazione – Quintus Lucius Faustus e Gaius Valerius Secundus, appartenenti alla Legio XIIII GEMINA MARTIA VICTRIX nel tardo I°secolo d.C., nelle cui stelae è rappresentata questo tipo di maschera facciale.

Si consideri, poi, che la maschera da cavalleria era un accessorio molto costoso, quasi un'opera d'arte che diventava originale poiché spesso personalizzata dal singolo proprietario, fino ad arrivare al massimo dell'espressione stilistica e artistica. Ed il rischio di perderla o distruggerla in battaglia era assai alto.

Per tutti questi motivi si ritiene che molto probabilmente la funzione della maschera non fosse di carattere pratico o bellico, ma semplicemente rituale o rappresentativo, un bell'accessorio da  sfoggiare durante particolari manifestazioni, quali appunto tornei e sport equestri, parate militari e cerimonie ufficiali.

Le fonti storiche ci informano che in Sardegna, ed in particolare nell’attuale territorio della Provincia di Oristano, la presenza romana fu di grossa portata, come testimoniano ancora oggi soprattutto i resti della città di Tharros – importante e fiorente porto già nell’epoca fenicio-punica, centro di una vasta attività mercantile internazionale, che nel 280 a.C. fu sottomessa alla dominazione romana ed ebbe un’ulteriore prosperità, con la costruzione di nuovi edifici, bagni termali, acquedotti e strade – e di Forum Traiani (l’odierna Fordongianus), nodo stradale nevralgico e sito ricco di acque termali, assai ricercate ed utilizzate dalla nobiltà romana per le virtù terapeutiche.

Nonostante le attuali conoscenze storiche ed archeologiche non forniscano ulteriori dati in merito, crediamo non sia escluso che anche nell’isola fossero conosciute e venissero organizzate, nei centri di maggiore importanza, le citate esibizioni degli hippika gymnasia, probabilmente in forme ridotte e adeguate alla locale situazione militare e sociale.

Ed il carattere forte di tali giostre equestri fu probabilmente di portata tale, da rimanere impresso nella memoria collettiva delle popolazioni locali, tanto che la stessa manifestazione equestre fu riproposta da quelle stesse comunità indigene anche in seguito all’abbandono dell’isola da parte dei romani, con una sua imitazione perpetuata così nei secoli successivi, insieme al ricordo di antichi fasti e usanze propri di quel popolo romano che ha lasciato una traccia indelebile nel profondo della cultura isolana.

E' forse per questo motivo che proprio ad Oristano, più che nelle altre parti dell’isola, sia vivo ancora oggi l’uso rituale di tale maschera, in quanto luogo dove tale tradizione ha avuto continuità nel corso dei secoli, e si è potuta perpetuare, probabilmente dal I secolo d.C. circa secondo questa nostra ipotesi, grazie all’interesse ed all’impegno di tutta la comunità cittadina.

 

La trasformazione della maschera facciale sarebbe, quindi, avvenuta nel corso dei secoli, passando attraverso quelle culture che ne hanno ereditato il tipo di rito cerimoniale, le quali l’avrebbero adattata alle proprie esigenze lasciando inalterati i lineamenti antropomorfi e cambiando probabilmente sia la fattura del materiale – da bronzo a legno, poiché probabilmente più facilmente recuperabile e lavorabile – che il colore esteriore.

Ed avrebbe infine sostituito gli oggetti ad essa associati poiché male si adattavano al nuovo contesto culturale: così l’elmo sarebbe stato sostituito prima da un cappello, e poi da un cilindro, a cui poi sarebbe stato aggiunto il velo femminile.

In ogni caso, la maschera avrebbe conservato sempre il carattere sacro collegato al soprannaturale, giunto inalterato fino ai giorni nostri.

 

 

 

 

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