SOMMARIO

CHI SIAMo

CONTATTI

LINKS

     

EVENTI STORICI

ARTE ARALDICA

USI - COSTUMI

ECONOMIA

GENEALOGIE

FONTI Attivita'

 

USI E COSTUMI

LA SARTIGLIA

"SA PIPPIA 'E MAJU"

(a cura di Stefano Castello)

 Un altro oggetto-simbolo della Sartiglia, che farebbe ipotizzare una origine remota del rituale della 'Corsa alla stella', ancor più lontana del periodo giudicale, è sa Pippia ‘e maju: un mazzo oggi composto da circa duemila violette, legate insieme e fasciate nei lunghi gambi da un nastro di colore verde.

Il termine pippia, utilizzato ancora oggi da alcune popolazioni del Campidano e della Marmilla, significa letteralmente “mazzo”:  pippìa e’ froris, pippìa e’ isparau, indicano rispettivamente un “mazzo di fiori”, e un ”mazzo di asparagi”.

Il termine maju potrebbe derivare dal nome latino majus – dove è presente la radice “mag” col significato di “crescere, diventar grande” – con il quale i romani indicavano il mese di maggio, e che a sua volta, secondo Ovidio, avrebbe preso origine da majores: “gli adulti anziani” a cui i romani dedicavano questo mese (avendo Romolo diviso la popolazione romana in due, i maggiori, gli adulti anziani, appunto, e i minori, i giovani abili alle armi, così che i primi governassero con la saggezza, i secondi con la forza delle armi).

Altre fonti fanno derivare il nome da Maja, la grande Madre, dea della terra (Macrobio), dea della vegetazione e delle fioriture, moglie del dio Vulcano e madre di Mercurio, a cui il mese di maggio sarebbe stato dedicato: originariamente era la dea dei campi, della fecondità e del risveglio naturale in primavera, nota come Bona Dea, cioè la dea che accresce, che aumenta i prodotti della terra e la ricchezza degli uomini, la quale veniva rappresentata con uno scettro nella mano sinistra a significare la sua regale signoria sulla terra e sugli esseri che vi abitano.

 

Nel calendario Arcaico Romano e nel calendario della Repubblica Romana, maggio-Maius era il terzo mese e contava 31 giorni, mentre nei calendari Giuliano e Augusteo era il quinto mese.

 

In uso ancora oggi nella tradizione di molti paesi italiani ed europei è il rito del “Majo”, espressione di antiche feste pagane e di millenari riti etno-religiosi, compenetrati da elementi religiosi cristiani a carattere propiziatorio, eseguiti essenzialmente per favorire un raccolto agrario abbondante. Nel Medioevo, sotto l’influsso di popolazioni nordiche, venne introdotto nel rito un “albero di maggio”, simbolo di fertilità, rigenerazione e di forza, che ancora oggi compare in tutte le manifestazioni dove si celebra la ricorrenza, sostituito in taluni casi da croci inghirlandate di fiori.

 

Il termine, Pippia ‘e maju potrebbe allora significare letteralmente “mazzo di maggio”: oltre che con lo scettro del Cumponidori, lo si potrebbe quindi identificare anche col mazzo di viole mammole o pervinche che, a detta di alcuni studiosi che hanno raccolto un lembo della tradizione orale risalente al secolo scorso, veniva realizzato a forma di fantoccio, chiamato Maimone ed utilizzato per richiedere la pioggia durante la siccità.

Questo rito, praticato in Sardegna forse fin dal periodo nuragico – non dovette essere sconosciuto nel Campidano, dove l’economia era prevalentemente agraria: secondo la citata tradizione orale, nei secoli a noi vicini erano i bambini che giravano per le vie del paese in processione portando una barella fatta con rami di ferula su cui veniva deposto il fantoccio, oppure portando delle croci fatte con fasci di pervinca o erba intrecciati a forma croce e fissati ad un bastone di ferula.

La forma di queste croci ricorda vagamente la doppia ascia cretese, il cui culto non doveva essere ignoto in Sardegna a giudicare dai diversi ritrovamenti archeologici: l’ascia bipenne, simbolo di Dioniso, era usata nei riti propiziatori proprio per richiedere l’acqua.

 

Ed è probabilmente proprio per questo motivo propiziatorio e cerimoniale che il Cumponidori, una volta vestito e salito a cavallo senza toccare terra, riceve sa Pippia ‘e maju ed esce dal luogo in cui avviene la vestizione ponendosi supino sulla sella del cavallo, riassumendo poi la posizione eretta appena varcata la soglia, quasi a simboleggiare questa rivivificazione della Natura, in quanto da supino (“morto”) ritorna eretto (“in vita”).

Tenendola in mano, benedice la folla facendo ripetutamente dei segni di croce in aria, durante tutto il tragitto che dalla sede del “gremio” porta al luogo dove si svolge la corsa alla stella.

Una volta terminate le discese alla stella, la Sartiglia si chiude quando il Cumponidori, esegue “sa remada”: stando bene supino sulla sella, egli corre col cavallo lungo tutto il percorso ripetendo i segni di croce in aria con sa Pippia ‘e maju, come benedizione finale.

 

 

 

 

 

Copyright © MEDIOEVOINSARDEGNA