Un altro oggetto-simbolo della Sartiglia, che
farebbe ipotizzare una origine remota del rituale della 'Corsa alla
stella', ancor più lontana del periodo giudicale, è sa Pippia
‘e maju: un mazzo oggi composto da circa duemila violette,
legate insieme e fasciate nei lunghi gambi da un nastro di colore
verde.

Il termine pippia, utilizzato ancora oggi da
alcune popolazioni del Campidano e della Marmilla, significa
letteralmente “mazzo”: pippìa e’ froris, pippìa
e’ isparau, indicano rispettivamente un “mazzo di fiori”, e
un ”mazzo di asparagi”.
Il termine maju potrebbe derivare dal nome
latino majus – dove è presente la radice “mag” col
significato di “crescere, diventar grande” – con il quale i
romani indicavano il mese di maggio, e che a sua volta, secondo
Ovidio, avrebbe preso origine da majores: “gli adulti anziani” a cui i romani dedicavano
questo mese (avendo Romolo diviso la popolazione romana in due, i maggiori,
gli adulti anziani, appunto, e i minori, i giovani abili alle
armi, così che i primi governassero con la saggezza, i secondi con la
forza delle armi).
Altre fonti fanno derivare il nome da Maja, la grande Madre, dea
della terra (Macrobio), dea della vegetazione e delle fioriture, moglie del dio Vulcano e madre
di Mercurio, a cui il mese di maggio sarebbe stato dedicato: originariamente
era la dea dei campi, della fecondità e del risveglio naturale in
primavera, nota come Bona Dea, cioè la dea che accresce, che aumenta i prodotti della terra e la
ricchezza degli uomini, la quale
veniva rappresentata con uno scettro nella mano sinistra a significare la sua
regale signoria sulla terra e sugli esseri che vi abitano.
Nel calendario Arcaico Romano e nel calendario della
Repubblica Romana, maggio-Maius era il terzo mese e
contava 31 giorni, mentre nei calendari Giuliano e Augusteo era il
quinto mese.
In uso ancora oggi nella tradizione di molti paesi
italiani ed europei è il rito del “Majo”, espressione di antiche
feste pagane e di millenari riti etno-religiosi, compenetrati da
elementi religiosi cristiani a carattere propiziatorio, eseguiti
essenzialmente per favorire un raccolto agrario abbondante. Nel
Medioevo, sotto l’influsso di popolazioni nordiche, venne introdotto
nel rito un “albero di maggio”, simbolo di fertilità, rigenerazione e di forza, che
ancora oggi compare in tutte le manifestazioni dove si celebra la
ricorrenza, sostituito in taluni casi da croci inghirlandate di
fiori.
Il termine, Pippia ‘e maju potrebbe
allora significare letteralmente “mazzo di maggio”: oltre che con
lo scettro del Cumponidori, lo si potrebbe quindi identificare
anche col mazzo di viole mammole o pervinche che, a detta di alcuni
studiosi che hanno raccolto un lembo della tradizione orale risalente
al secolo scorso, veniva realizzato a forma di fantoccio, chiamato Maimone
ed utilizzato per richiedere la pioggia durante la siccità.
Questo rito, praticato in Sardegna forse fin dal
periodo nuragico – non dovette essere sconosciuto nel Campidano,
dove l’economia era prevalentemente agraria: secondo la citata
tradizione orale, nei secoli a noi vicini erano i bambini che giravano
per le vie del paese in processione portando una barella fatta con
rami di ferula su cui veniva deposto il fantoccio, oppure portando
delle croci fatte con fasci di pervinca o erba intrecciati a forma
croce e fissati ad un bastone di ferula.
La forma di queste croci ricorda vagamente la doppia
ascia cretese, il cui culto non doveva essere ignoto in Sardegna a
giudicare dai diversi ritrovamenti archeologici: l’ascia bipenne,
simbolo di Dioniso, era usata nei riti propiziatori proprio per
richiedere l’acqua.
Ed è probabilmente proprio per questo motivo
propiziatorio e cerimoniale che il Cumponidori, una volta
vestito e salito a cavallo senza toccare terra, riceve sa Pippia
‘e maju ed esce dal luogo in cui avviene la vestizione
ponendosi supino sulla sella del cavallo, riassumendo poi la posizione
eretta appena varcata la soglia, quasi a simboleggiare questa
rivivificazione della Natura, in quanto da supino (“morto”)
ritorna eretto (“in vita”).
Tenendola in mano, benedice la folla facendo
ripetutamente dei segni di croce in aria, durante tutto il tragitto
che dalla sede del “gremio” porta al luogo dove si svolge la corsa
alla stella.
Una volta terminate le discese alla stella, la
Sartiglia si chiude quando il Cumponidori, esegue “sa
remada”: stando bene supino sulla sella, egli corre col cavallo
lungo tutto il percorso ripetendo i segni di croce in aria con sa
Pippia ‘e maju, come benedizione finale.