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LA SARTIGLIA

VESTIZIONE del CUMPONIDORI

(A cura di Stefano Castello e Maurizio Casu)

La mattina della corsa il Cumponidori, dopo la visita alle scuderie per salutare gli amici e colleghi cavalieri, si reca presso la casa del presidente del gremio. Da qui, verso mezzogiorno, parte la sfilata diretta verso la sede dove avverrà la vestizione del Cumponidori. Il gruppo dei tamburini e trombettieri, apre il corteo composto dalle “massaieddas”, le giovani ragazze vestite nel costume tradizionale oristanese che portano sulle corbule gli abiti del Cumponidori, dalla “Massaia manna”, la donna che dovrà sovrintendere al cerimoniale della vestizione, dai componenti del gremio che custodiscono le spade e gli stocchi per la corsa e dal Cumponidori.

Una sala o una piccola piazza allestita per l’occasione, gremita di gente, accoglie il corteo. Il cavaliere, tra gli applausi della folla e il rullo dei tamburi raggiunge quindi “sa mesitta”, il tavolo sul quale si compirà il rito. A partire da quel momento, solo al rientro dalle corse, al termine della cerimonia della svestizione, potrà nuovamente scendere dal tavolo e quindi toccare il suolo. Seduto sullo scanno il cavaliere indossa gli antichi abiti, aiutato dalle giovani ragazze.

Le due figure dei Cumponidoris sono caratterizzate dai colori sociali del proprio “gremio”. I fiocchi rossi raccolgono gli sbuffi della candida camicia indossata dal Cumponidori del Gremio di San Giovanni. Sono rosa e celesti quelli che sostengono le maniche del capocorsa del Gremio di San Giuseppe.

Sulla camicia viene indossato il coietto: questa giacca smanicata, che termina a gonnellino a protezione sulle gambe e che ricorda un antico indumento da lavoro, è stretta sul petto del cavaliere che guida la corsa della domenica da lacci di pelle. È chiusa da borchie d’argento a forma di cuore nell’abito indossato dal Cumponidori della corsa del martedì che indossa, sopra i sui pantaloni, un ulteriore pantalone corto di pelle.

L’impiego delle fasce intorno alla fronte e sotto il mento prepara il viso ad accogliere la maschera. Un brindisi d’augurio e un ultimo saluto segna l’ormai imminente metamorfosi del cavaliere. L’eccezionale squillo di tromba e l’incessante rullo dei tamburi accompagna la posa della maschera sul viso del cavaliere ormai trasfigurato in Cumponidori. Con la posa della misteriosa maschera il passaggio è avvenuto. Per tutti ora è su Cumponidori. La maschera impenetrabile color terra distingue il Cumponidori dei contadini, quella pallida ed impassibile è indossata dal Cumponidori dei falegnami. La cucitura di altre fasce per un migliore assetto della maschera e il posizionamento del velo ricamato e del cilindro sul capo avviano il cerimoniale alla conclusione. Ultima le operazioni la sistemazione di una camelia sul petto del Cumponidori: sarà rossa quella del capocorsa della domenica, rosea quella del Cumponidori del martedì.

Cessa in quel momento il tripudio di trombe e tamburi. Cessano gli applausi. In religioso silenzio un artiere introduce nella sala il cavallo del capocorsa che viene accompagnato sotto “sa mesitta”. Dal tavolo su Cumponidori monta direttamente sul cavallo. In quel momento il presidente del “gremio” gli consegna sa Pippia ‘e Maiu, il doppio mazzo di pervinche e viole mammole, simboleggiante la primavera che incalza. Con segni di benedizione, salutando il presidente del “gremio”, l’intera maestranza e tutti i presenti, il Cumponidori si porta verso l’uscita e riverso sul cavallo esce della sala. Nel piazzale lo accolgono i suoi due aiutanti di campo, tutti i cavalieri e una immensa folla festante. Dopo aver benedetto e quindi salutato tutti i presenti il corteo si dirige alla volta del sagrato della Cattedrale per dare inizio alla corsa alla stella. 

 

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